Dai sacchetti di carta al Monopoly: perché molte invenzioni portano (o portavano) il nome di un uomo
Troppo spesso, quando si parla di invenzioni più o meno significative o rilevanti, ci si imbatte quasi solo in nomi maschili. Solitamente non ci poniamo alcuna domanda, ma proviamo a pensarci: è possibile che le donne non abbiano mai inventato nulla? A cosa dobbiamo questo genio tutto al maschile nella storia dell’umanità?
Purtroppo non è un caso, anzi, l’assenza di donne è dovuta a una questione meramente pratica, che riflette la condizione di discriminazione in cui queste hanno vissuto a lungo: per secoli le donne non hanno potuto detenere un brevetto a proprio nome. Proprio per questo, hanno visto le proprie idee firmate da mariti, colleghi o semplici conoscenti, e in alcuni casi se le sono viste sottrarre con l'inganno.
In questo articolo vogliamo raccontarvi quattro storie che raccontano bene questo meccanismo.
Margaret Knight e il sacchetto di carta rubato
Nel 1868 Margaret Knight lavorava in una fabbrica di sacchetti di carta nel Massachusetts e si accorse di un problema pratico: i sacchetti dell'epoca erano semplici buste piegate, senza fondo piatto, quindi non stavano in piedi da sole e si rovesciavano continuamente. Progettò allora una macchina capace di tagliare, piegare e incollare automaticamente sacchetti con il fondo piatto (quelli che usiamo ancora oggi).
Per depositare il brevetto le serviva un modello in ferro funzionante, perciò chiese ad un’officina di Boston di farlo costruire. Proprio mentre il modello veniva costruito, il meccanico Charles Annan osservò il suo progetto. Qualche mese dopo, quando Knight si presentò per registrare il brevetto, scoprì che Annan l'aveva già depositato a proprio nome, copiando il suo disegno.
Knight non si arrese e portò il caso in tribunale. La parte più assurda della storia sta proprio nella difesa di Annan, che si basò su un argomento: una donna non può avere le competenze tecniche necessarie per ideare un macchinario così complesso.
Knight ribaltò l'accusa presentando anni di disegni, quaderni e modelli originali, oltre alle testimonianze dei meccanici che avevano lavorato con lei. Vinse la causa e nel 1871 ottenne finalmente il brevetto a proprio nome, diventando la prima donna a vincere una causa di interferenza brevettuale negli Stati Uniti.
Sybilla Masters: quando l’invenzione è di tuo marito perché la legge non ti lascia scelta
Il caso di Sybilla Masters racconta un sistema legale che rendeva impossibile per una donna essere riconosciuta come inventrice, anche quando nessuno le contestava la paternità dell'idea. Masters viveva nella Filadelfia coloniale di inizio Settecento e, osservando il modo in cui le comunità indigene pestavano il mais, ideò un mulino capace di lavorare il grano in un modo nuovo, più adatto ai cereali americani rispetto ai mulini di tradizione europea. Poiché le colonie non rilasciavano ancora brevetti, nel 1712 salpò per Londra insieme al marito Thomas per registrarlo lì.
Nel 1715 il brevetto le fu effettivamente riconosciuto, ma non poteva essere intestato a lei: secondo la legge inglese, una donna sposata non aveva personalità giuridica autonoma e non poteva possedere proprietà a proprio nome, nemmeno quella intellettuale. Il documento fu quindi rilasciato a nome del marito Thomas, con una formula che provava a rendere giustizia alla vera inventrice: specificava infatti che l'invenzione era stata "concepita da Sybilla, sua moglie". Se Thomas non avesse insistito per far mettere a verbale il suo nome, la storia di Sybilla Masters sarebbe andata probabilmente perduta (chissà quanti lavori di donne sono scomparsi sotto la firma di un padre, un fratello o un marito).

Elizabeth Magie e quel gioco che non doveva essere capitalista
Il caso di Elizabeth Magie è una vera e propria riscrittura della storia che per decenni ha cancellato la vera autrice. Nel 1903 Elizabeth "Lizzie" Magie depositò il brevetto per "The Landlord's Game", un gioco da tavolo che aveva ideato per criticare la concentrazione della ricchezza fondiaria e i grandi monopolisti del suo tempo, personaggi come Rockefeller o Carnegie. Il gioco prevedeva due set di regole alternativi: uno cooperativo, in cui tutti i giocatori guadagnavano quando si creava ricchezza condivisa, e uno competitivo, in cui l'obiettivo era schiacciare gli avversari accumulando proprietà. Lo scopo didattico era mostrare quanto il secondo sistema fosse più ingiusto del primo.
Il gioco circolò per decenni negli ambienti universitari e nelle comunità, finché negli anni Trenta arrivò nelle mani di Charles Darrow, che ne realizzò una propria versione ambientata ad Atlantic City e la vendette alla Parker Brothers. Nel 1935 Darrow ottenne il brevetto per quello che ormai si chiamava Monopoly e fu presentato al pubblico come l'unico inventore del gioco. Magie tentò più volte di far emergere la verità, arrivando persino a contattare i giornali per raccontare la propria storia. La casa produttrice acquistò in seguito anche i suoi brevetti originali, ma il nome che è rimasto associato al gioco più venduto della storia dei board game è quello di Darrow, non il suo. In questo caso, nessun lieto fine.
Hedy Lamarr, l'invenzione scartata dalla Marina e riscoperta decenni dopo
L'ultimo caso riguarda un'invenzione ignorata per pregiudizio: durante la Seconda guerra mondiale l'attrice Hedy Lamarr, insieme al compositore George Antheil, sviluppò un sistema di comunicazione a spettro diffuso pensato per rendere i siluri radiocomandati impossibili da intercettare o disturbare, il segnale saltava infatti rapidamente tra frequenze diverse, in modo sincronizzato tra trasmettitore e ricevitore. Nel 1942 i due ottennero il brevetto per quello che chiamarono "Secret Communication System", ma la Marina statunitense giudicò la tecnologia troppo complessa da integrare nei propri sistemi e la accantonò.
Il brevetto rimase chiuso in un cassetto per anni, e né Lamarr né Antheil videro mai un centesimo di royalty. Fu solo tra gli anni Sessanta e Ottanta che i princìpi dello spettro diffuso tornarono utili per le comunicazioni militari sicure, fino a diventare la base tecnica di tecnologie oggi comunissime come Wi-Fi, Bluetooth e GPS. Il riconoscimento pubblico per Lamarr arrivò solo negli ultimi anni della sua vita, con un premio dell'Electronic Frontier Foundation nel 1997, e la sua ammissione alla National Inventors Hall of Fame avvenne addirittura nel 2014, quattordici anni dopo la sua morte.
Il punto più importante della vicenda di Lamarr non è che abbia inventato la tecnologia wireless moderna, ma che la sua idea, seria e brevettata, sia stata liquidata perché arrivava da un'attrice.
Il filo comune
Le quattro storie raccontano meccanismi diversi (il furto vero e proprio, l'impossibilità legale di essere riconosciute come autrici, la riscrittura pubblica della paternità di un'idea, il pregiudizio che liquida un'invenzione perché arriva dalla persona "sbagliata") ma condividono la stessa causa, ovvero la discriminazione in quanto donne, e lo stesso esito: senza una causa vinta, un marito disposto a mettere a verbale la verità, un archivio ritrovato per caso o un decennio di attesa, oggi non ne sapremmo nulla.
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