Fantasie di stupro è un libro di Margareth Atwood.

La cronaca di queste ultime settimane mi ha offerto lo spunto per poter parlare di questo libro e di questa autrice.

Margareth Atwood, strega contemporanea, è molto nota per il suo romanzo distopico Il racconto dell’ancella, da cui è stata tratta la fortunata serie tv omonima (The handmaid’s tale) ma il resto della sua produzione letteraria non è da ritenersi mero contorno.

Copertina fantasie di stupro

 

La scrittura di Atwood, originale e sagace, ambienta i racconti di Fantasie di stupro nella Toronto degli anni Settanta, quando l’Inform Crime Report stimava, negli Stati Uniti, un omicidio ogni ventisette minuti e una violenza sessuale aggravata ogni otto secondi.

Il titolo provocatorio consente di capire immediatamente che è nell’ambiguità e nel sottinteso delle storie che il senso di ogni racconto va cercato.

Lo stratagemma stilistico dell’autrice evidenzia come un luminol gli stereotipi, le categorie e gli ovvi legati alla considerazione sociale più diffusa sullo stupro.

In L’uomo che veniva da Marte, Christine viene descritta come una ragazza nient’affatto attraente e goffa.

È una nota stonata nel corollario delle categorie femminili: non è “la rizza cazzi” né tantomeno “la gatta morta”, eppure, nell’incredulità generale dei compagni di Liceo e della sua famiglia, ha uno stalker.

Nel racconto che dà il nome a tutta la raccolta, appunto Fantasie di stupro, cinque colleghe si interrogano sull’argomento, convinte di immaginare situazioni di stupro immaginano in realtà di avere rapporti totalmente consenzienti.

Ma la prospettiva visionaria e geniale è quella della protagonista, Estelle.

Immaginando le sue probabili e improbabili fantasie di stupro, Estelle finisce sempre per rendere ridicolo e inefficiente il suo stupratore: una volta la lampo dei pantaloni si blocca, la volta dopo è raffreddato oppure ha una grave malattia proprio come immagina di averla lei e i due finiscono per vivere insieme il resto del tempo che gli rimane.

Atwood fa in modo che la sua protagonista compia due azioni rivoluzionarie e importantissime: mette lo stupro nella sua dimensione precipua, quella del potere e non della sessualità;

abbassa questo stesso potere, rendendo evidente il punto debole, il punctum dell’aggressore e disinnescando così la logica del patriarcato.

Margareth Atwood pubblicò il libro negli anni Settanta quando tutto era ancora in movimento, quando le battaglie femministe dovevano ancora vedere raggiunti alcuni dei loro obbiettivi.

Eppure già la sua scrittura si soffermava sul giudizio sessista che finisce per diventare, poi, anche linguaggio sessista.

Margareth Atwood

Quando oggi si considerano le legittime rivendicazioni linguistiche del femminile delle sterili guerre femministe sulla grammatica, si dovrebbe riflettere anche su questo.

Per quella volta che la Corte d’Appello di Ancona, nel marzo di quest’anno, ha sentenziato che la ragazza era «troppo brutta per essere stuprata»; per quando nell’aprile trascorso, a Viterbo, due militanti di CasaPound stuprano una donna e si giustificano dicendo che lei era consenziente, perché tanto, alla fine, a lei piace sempre, piace comunque, gode lo stesso! Oppure, peggio, perché se l’è cercata.

Atwood ci insegna che le parole sono importanti perché costruiscono la realtà, educano, diseducano e orientano l’opinione pubblica quando sono pronunciate dai ministri o scritte sulle testate dei giornali.

E si, anche di questa mera guerra sulla grammatica dovremmo occuparci, tutte e tutti, perché come dice Estelle:

Mia madre dice sempre che non bisogna soffermarsi sulle cose spiacevoli e in genere concordo con lei, cioè soffermarsi sulle cose spiacevoli non le fa scomparire. Tuttavia, a pensarci bene, anche non soffermarcisi su mica le fa scomparire.

Le parole, anche nel finale, sono il senso di tutto.

È la conversazione, l’unica arma che Estelle considera efficace, perché:

«Cioè, come potrebbe un uomo fare una cosa del genere a una persona con cui ha appena chiacchierato a lungo, una volta che capisce che anche lei è un essere umano, che anche lei ha una vita […]?».

Così in conclusione la protagonista è seduta di fronte a un uomo, in un bar e le sta raccontando tutto questo, senza un apparente motivo, senza un sensato perché ma sperando «che possa aiutarti a conoscere una persona, specialmente al primo impatto, ascoltare come la pensa su certi argomenti».

 

Silvia Saccoccia

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