
Cronache e titoli sempre troppo spesso beceri e indegni nei quali ancora la responsabilità del reato viene giustificata, spostata, deviata; in cui non si usano i termini giusti a nominare le cose; dove chi uccide diventa buono e chi muore, muore una seconda volta.
Dove i telegiornali parlano ancora di unicorni come il «raptus» e dove il voyeurismo ossessivo dei salotti televisivi sviscera la vicenda come se si trattasse di una soap opera d’amore.
Le parole delle donne di Ferite a morte, zittiscono questo inchiostro, spengono le bocche e le televisioni: sono loro a parlare di sé, a parlare di chi le ha uccise e di chi conoscono.
È la loro versione dei fatti. Quella vera, quella giusta. Tornano a rendersi giustizia, una giustizia che i giornali e i tribunali non concedono quasi mai!E lo fanno con disperazione, amara rassegnazione o ironia, ma anche con forza, quella forza che alle vittime viene sempre troppo spesso disconosciuta.
È questo il merito acuto di questo libro, che si annuncia sin dal titolo, “Ferite a morte” e non “Amore criminale” e non “Delitto passionale”.
Le morti di questo libro raccontano la verità del femminicidio: nella maggioranza dei casi, un delitto annunciato, il culmine del «continuum della violenza» e non un gesto isolato, una fatalità.
L’altro grande merito di questo libro è la parte curata da Maura Misiti, ricercatrice del CNR: uno sguardo sui dati, sulla dimensione da genocidio che riguarda il fenomeno.
Perché di questo è importante rendersi conto, di quanto grande, di quanto epidemico e trasversale sia il femminicidio. Le vittime sono italiane e straniere, di ogni classe sociale, di ogni religione e status, di ogni orientamento sessuale.
E anche tacere sui dati che riguardano il femminicidio è un modo per occultare e minimizzare la violenza contro le donne.
«Noi caschiamo in silenzio una dopo l’altra come le foglie i primi giorni d’autunno, poi veniamo spazzate via dal vento e nessuno si ricorda di noi»
Invito tutte e tutti a leggere questo libro, entrando dalla giusta porta, dalla giusta prospettiva, quella di chi non può più parlare di sé e per sé, concedendosi di valutare criticamente il prossimo titolo di giornale e assumendo il giusto punto di vista in una kermesse di articoli e autorevoli opinioni per i quali si fatica a credere che la colpa sia ancora di una mancata o insufficiente formazione al linguaggio di genere.
Silvia Saccoccia









