CIE: non luoghi che normalizzano l'emergenza. Vite che diventano numeri.
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- Pubblicato: Martedì, 29 Marzo 2016 06:38
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Esistenze segregate, confinate nel limbo dell'attesa, tra le mura di un lager romano che si chiama Ponte Galeria. Vite rinchiuse in un non-luogo che normalizza l'emergenza, che blocca e poi "nasconde" le falle di un sistema d'accoglienza che non tiene conto della progettualità delle persone. Vite che diventano numeri e che restano incastrate nelle maglie della burocrazia, dell'esercizio di un potere che le rende "deportabili".
Questa la condizione di tante donne "colpevoli" di aver esercitato la propria libertà di movimento: abbandonate nell'attesa, tra le mura di un luogo di reclusione. Nonostante tutto ciò che è stato denunciato, scritto, studiato nel corso di tanti anni, è proprio nella "normalità"che lavora ancora una macchina biopolitica che si riproduce attraverso la logica dell'eccezione.
"Come vivono, le persone dentro al Cie di Ponte Galeria? Saperlo non è così facile perché così come le persone non possono uscire, nessuno può entrare, almeno non liberamente. Si deve fare richiesta alla Prefettura, che deve dare l’autorizzazione, come in tutti i Cie".