La cura passa proprio attraverso il racconto di sé e il rispecchiamento con l’altra, sperimentando il femminile e la sua eterna parabola: ognuna porta sulle spalle il peso del proprio mondo e insieme il peso dell’essere donna.
La psicoterapeuta Natasha le riunisce insieme per instaurare tra loro, nel segno di un’autocoscienza inconsapevole, la relazione che le può salvare tutte: quella fra loro e con loro stesse.
Soltanto specchiandosi con l’altra, che è diversa per estrazione sociale, età, orientamento sessuale o religioso, eppure così uguale nel dolore e nella sconfitta, nella gioia e nella soddisfazione, possono imparare a coltivare l’amicizia più importante: quella con loro stesse.

Manè, Francisca, Juana, Luisa, Lupe, Simona, Andrea, Layla, Ana Rosa: la medicina che le unisce è il racconto.
Mentre fuori e dentro le loro storie si intrecciano la dittatura di Pinochet e i desaparcecidos; l’estremismo islamico; la fama e l’autodistruzione; gli stupri; l’alcolismo; la povertà.
Le ho immaginate in cerchio, diverse, diversissime e colorate, passarsi fra le mani uno stesso oggetto, delle volte una penna, una sigaretta, un bicchiere di rosso, liberarsi così l’una davanti all’altra con indosso, infine, solo la propria storia, legittimate a non aver paura del giudizio.
Del resto anche Clarissa Pinkola Estès ce lo insegna in Donne che corrono coi lupi: «Talvolta mi si chiede di raccontare che cosa faccio in studio per aiutare le donne a tornare alla loro natura selvaggia […] per la guarigione uso l’ingrediente più semplice e più accessibile: le storie». In quella bibbia del femminile la storia, anzi le storie, sono tutto, sembrano mille eppure alla fine sono sempre la stessa.

È emblematico, in questo senso, il racconto del sogno della scrittrice: sta narrando la sua storia e scopre che mentre racconta qualcuno la sta incoraggiando solleticandole il piede, è un’altra donna che la tiene sulle spalle e sotto di questa un’altra ancora e così via.
Il fascino del mondo latinoamericano con i suoi riti, i suoi credo e le sue tribalità, rivela la magia della matrilinearità de las cuentistas: coloro che si raccontano. Di madre in figlia.
Mi è tornata in mente, leggendo, una bellissima fotografia di Ana Maria Maiolino, anche lei non a caso donna latino americana, che vidi anni fa: una madre, una figlia e una nonna che tengono in bocca lo stesso lungo filo, unite appunto Por um fio da dove passa la parola che le lega per sempre.

Un augurio a tutte le donne in questi tempi così tesi e difficili, in cui ancora sono in discussione diritti che credevamo acquisiti, in cui ancora il nostro corpo è sotto l’attacco dell’arbitrio altrui, per lo più maschile e istituzionale: ascoltiamoci e incoraggiamoci a raccontarci. Sempre!
P.S. Consiglio di accompagnare la lettura con una colonna sonora d’eccezione: Chavela Vargas: voce, donna, femminista e sciamana… la que sabe ogni storia.
Silvia Saccoccia