L’iguana venne pubblicato da Anna Maria Ortese nel 1965.

È una piccola storia, ambientata in un’isola inesistente chiamata OcaÑa, immaginata lontano dalle coste portoghesi, talmente piccola da non essere registrata neanche nelle cartine geografiche.

Ad arrivare sulle coste dell’assurda Ocaña è un giovane di buona e ricca famiglia, Aleandro, e ad attenderlo c’è “una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori”, l’iguana.

Il giovane Aleardo finirà per diventare ospite della casata dei Guzman, i proprietari dell’isola, dei quali l’iguana è umile serva.

La famiglia è però in rovina e si trova costretta a vendere l’isola ad una facoltosa famiglia. Il contratto sarà suggellato dal matrimonio di Don Ilario, uno dei fratelli Guzman, con la figlia dei ricchi acquirenti.

L’iguana dev’essere uccisa, attorno al suo corpo bestiale si aggirano presagi maligni, la sua presenza è insopportabile per la famiglia e nel passato del futuro sposo c’è una strano sentimento che la riguarda e che nel tempo si è trasformato in ostilità nervosa e inquieta.

Un sentimento forse simile a quello che lo stesso conte Aleardo sta maturando per quella piccola bestia.

liguana

Egli stesso, infatti, mosso a compassione per la sorte della creatura, decide di prendersi cura di lei, e per farlo si dice disposto anche a riscattarla e condurla con sé a Milano.

Ortese costruisce in maniera magistrale il sentimento romantico che nel giovane Aleandro si origina per l’iguana, talmente ovvio e realistico che il lettore si dimentica la bestialità della creatura.

L’iguana che non ha nessuna voce in capitolo sulla sua esistenza, nessun diritto a cui appellarsi…Solo quel grembiule, solo quella scopa con cui spazzare a terra…l’iguana convinta che i sassolini che raccoglie per terra e custodisce segretamente siano i suoi soldi, il suo patrimonio per sperare…l’iguana che fa della cucina il suo regno, il suo dominio.

La trama del romanzo è evidentemente allegorica e di non semplice interpretazione, caratterizzata dai continui passaggi dal piano della realtà a quello del fantastico.

La vicenda è descritta in un’atmosfera rarefatta e di sogno. L’Iguana è l’unica vera figura protagonista, in tutta la sua iconicità e in tutto il suo mistero.

Per questo, al di là delle mille interpretazioni e allegorie che di questo personaggio sono state ipotizzate, io credo che l’iguana nient’altri sia che la donna, ancor più precisamente la scrittrice.

Nient’altro è che l’iconica figura dell’angelo del focolare che Simone de Beauvoir definiva come la donna che sapendo di non poter possedere altro spazio che quello della cucina e della casa finisce per trasformarlo nel suo vero e proprio regno, da difendere strenuamente finanche in maniera patologica e ossessivo-compulsiva.

Proprio come ne l’Iguana gli improvvisi dispetti e scatti crudeli della creatura diventano, agli occhi degli altri, segni della sua malvagità anziché tentativi di difendere l’unico spazio che le è concesso.

Ma l’Iguana non solo è vestita come una donna, può anche parlare e per questo è ancora più assurda, proprio come assurda era, secondo Anna Maria Ortese la scrittura femminile.

Nell’opera Corpo Celeste Ortese scrive, infatti, che «uno scrittore-donna è una bestia che parla», polemizzando il riconoscimento del ruolo della scrittrice e il suo stesso vissuto sempre esule rispetto alla società letteraria d’èlite.

L’Iguana dunque è la rappresentazione di un mutismo femminile che si libera, che parla, pur avendo impedimenti nella strada per la piena libertà decisionale sulla sua esistenza.

Al bestiale mutismo dell’iguana che osa parlare oggi fanno eco le prese di parola di altre donne: «Taci, anzi parla!» scriveva Carla Lonzi. Oggi più che mai!

 

Silvia Saccoccia

 

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