L’Arminuta è stato il romanzo vincitore del Premio Campiello nel 2017.

Una storia letta e riletta da tantissime e tantissimi, di cui tutte e tutti chiedono il seguito.

Ma ogni storia, infondo, conta solo per chi la legge e per questo per me L’Arminuta è il romanzo segreto, quello che si spagina nel mio stomaco e vicino alle orecchie ancora adesso, dopo tanto tempo.

L’Arminuta è la storia di una ragazzina abruzzese di tredici anni che da un giorno all’altro scopre di non essere figlia dei genitori con i quali è cresciuta. Viene restituita alla sua vera famiglia, scopre di avere tre fratelli e una sorella e di essere povera, molto povera.

 

larminuta

 

La sua mamma affettuosa e protettiva, un bel giorno, la lascia sulla soglia di un’altra casa, di un altro mondo, di un’altra famiglia che lei non conosce. Per tutto il romanzo cercherà la ragione inspiegabile di questo abbandono «come un insetto intorno a una lampada accecante».

Il suo status di “ritornata”, però, non è tanto lo stato meramente fisico del ritorno al paese o a delle origini, qualunque esse siano, ma è soprattutto il velo superficiale che nasconde il disorientamento.

Sentirsi senza una madre è come essere nomadi della propria vita e insieme del mondo: foglie appese ai rami, fragili e così maledettamente esposte al vento.

Così la condizione della giovane protagonista, che dà il titolo al romanzo, non è una condizione definitiva e fisica ma ricalca piuttosto il giudizio nello sguardo degli altri; mentre lei, la figlia, si sente orfana di due madri viventi 

 

«Ripetevo piano la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi.

Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso»

 

 

Nel romanzo va in scena, in qualche modo, l’eterna separazione fra la madre e la figlia; quello strappo illustrato emblematicamente nel mito classico del ratto di Persefone alla madre Demetra da parte di Ade.

Il mito ci restituisce l’origine del patriarcato: strappare la figlia alla madre, stabilendo la legge dell’uomo, la legge del padre e sancendo in eterno la competizione fra tutte le donne (Per questa rilettura del mito consiglio la chiave psicanalitica di Luce Irigaray, Speculum. Dell’altro in quanto donna, Milano, Feltrinelli, 1989).

«Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.»

 

 

Mi vengono in mente, a questo proposito, le parole di una grande donna, scrittrice e femminista come Carla Lonzi:

 

A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre lei ancora non lo sa.

Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice (la mia diligenza è a tutta prova) mi rende felice. […] avverto che si valuta meno perché è stata valutata meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono a come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita.

A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita.

 

In queste parole il senso del rapporto fra donne che si stabilisce nei centri antiviolenza: la sola chiave che salva l’altra è stabilire con lei un rapporto, sancendo un patto di fiducia e fedeltà, proprio come fra due sorelle.

 

Queste righe le dedico a tutte le sorelle che ho incontrato, che ho e che conoscerò.

 

Silvia Saccoccia

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