Oggi in quasi tutte le piazze e le città d’Italia le donne manifestano per la loro autodeterminazione sociale, politica e lavorativa.

Lo sciopero indetto e organizzato da Non una di meno in questo marzo è carico di istanze e rivendicazioni che noi donne abbiamo ancora, e purtroppo, bisogno e urgenza di chiedere.

Nella storia dei femminismi la letteratura ha avuto una parte importante nella misura in cui raccontare ha sempre significato, per le donne, innanzitutto, raccontarsi.

È stato sorprendente scoprire che una delle più grandi scrittrici e femministe del Novecento, una di quelle autrici di cui non si parla mai fra i banchi di scuola e ben poco anche sulle antologie, ha vissuto tutta la sua infanzia e gran parte dell’età adulta qui, fra i nostri borghi e le nostre terre, a Civitanova Marche.

Sibilla Aleramo si era trasferita a 12 anni qui con la sua famiglia, qui si era sposata e da qui era scappata nel 1902 e per anni la sua vicenda è stata oggetto di un’ingiusta damnatio memoriae.

 

Il suo primo romanzo, Una donna, viene pubblicato nel 1906 con grande scandalo, e rappresenta il primo romanzo femminista italiano.

 

AleramoUnaDonna

 

L’importanza dell’opera di Sibilla sta tutta nell’intento di provocare, attraverso la sua straordinaria testimonianza, un’intensa e necessaria rivoluzione culturale.

Come la maggior parte delle scrittrici parte da sé, dalla sua vita, nella convinzione che ancora prima del femminismo degli anni settanta si stava già formando nell’esperienza politica femminile: «il personale è politico».

L’opera è un lungo flusso di autocoscienza che si pone in quella posizione unica e quasi al di fuori dei generi, tipica della narrativa femminile: mai troppo autobiografico mai solamente romanzo di formazione.

È la parabola esistenziale e coraggiosa di una donna che alle soglie del Novecento compie una scelta straordinaria e “amorale” (Aleramo è l’anagramma di amorale).

Fugge da casa, in una notte disperata e irreversibile in cui l’orrore per l’uomo che l’aveva stuprata, picchiata e sposata e nella cui spirale di violenza viveva da anni, si confondeva col senso di colpa: abbandonare suo figlio, rinunciare forse per sempre alla sua maternità.

La sua scelta segna una nuova epoca e crea un precedente sovversivo: per quasi un secolo la letteratura aveva cercato di formare ed educare le menti dei cittadini e delle cittadine al nazionalismo e in questo quadro alla donna veniva assegnata un’unica responsabilità formale: far nascere, accudire ed educare i cittadini della Nuova Italia.

L’ideale della maternità veniva esaltato, valorizzato e istituzionalizzato e alla priorità sociale del suo compito riproduttivo, la donna vedeva sacrificata la sua realizzazione individuale.

Rina Faccio (anagrafico di Sibilla Aleramo) abbandona la sua casa e suo figlio disperatamente e la sua scelta sconvolgente, alle soglie del nuovo secolo è un primo passo verso il sovvertimento del ruolo tradizionalmente riservato alla donna e del sacrificio materno.

Scappa e trova finalmente la sua autodefinizione e realizzazione: diventa Sibilla Aleramo e pubblica il suo primo e grande romanzo.

Ognuno di noi rintraccia e conserva nel proprio immaginario e nella propria memoria, perfino nel corso di anni, un brano anche breve di un libro che ha letto che sembra valere al di là di altre mille pagine.

Per me quell’indimenticabile passaggio è fra le pagine di Una donna: Sibilla, adulta, moglie e madre trova finalmente il coraggio di perdonare sua madre.

Ritrova una lettera, scritta da Ernesta una notte: è incompiuta e non è mai stata spedita, ma dalle sue parole Sibilla riesce finalmente a trarre una ragione e una giustificazione a quella madre così troppo e sempre intimorita, debole e stupida.

Anche sua madre voleva fuggire dall’impetuosa e violenta figura del marito e invece non ce l’aveva fatta. In uno scambio disperato e immaginario la figlia restituisce alla madre il suo sacrificio e immagina di poterle rispondere e concederle di andarsene e conquistare il diritto di vivere per se stessa.

Questo scambio fra la madre morta e la figlia che può ancora vivere, fra la rassegnazione e il riscatto, non è nient’altro che un patto fra donne, l’unico vero antidoto che demolisce la violenza e interrompe la solida catena del patriarcato.

Sibilla si è ribellata per sempre! Per sua madre, per suo figlio e per le figlie mai concepite ma ideali e future: tutte le donne.

 

Silvia Saccoccia